Prima dell’allenatore viene l’uomo. Nel percorso di Alberto Gilardino, oggi alla guida del Parma, il rispetto e l’educazione ricevuti dalla famiglia rappresentano il punto di partenza di una carriera costruita senza scorciatoie. Dopo il ritiro, l’ex attaccante ha scelto di intraprendere il mestiere di tecnico attraverso studio, sacrifici e una lunga gavetta, ripartendo dalla Serie D.
Da ragazzo il pallone occupava già un posto centrale nella sua quotidianità. Quando il padre si spostava per lavoro, Gilardino cercava e collezionava maglie di squadre inglesi come Manchester, Tottenham e Arsenal, indossandole nelle partite con gli amici all’oratorio o ai giardini. I suoi riferimenti erano attaccanti come Ruud van Nistelrooy e Alan Shearer, interpreti di una mentalità offensiva che avrebbe influenzato anche la sua idea di gioco.
Dalla Serie D alla panchina
La trasformazione da giocatore ad allenatore è stata rapida. Un mese dopo il ritiro, Gilardino ha iniziato il corso per tecnici e, a settembre, è entrato nello staff del Rezzato, in Serie D, come collaboratore di Luca Prina. Una scelta considerata insolita per un ex campione del mondo, ma coerente con la volontà di verificare sul campo se quella fosse davvero la strada giusta.
La gavetta gli ha permesso di misurarsi con ambienti diversi da quelli conosciuti da calciatore, imparando a gestire errori, rapporti con i giocatori e dinamiche societarie. Per Gilardino, quel passaggio resta fondamentale per chiunque voglia allenare: il mestiere richiede tempo, energie e disponibilità a ripartire dalle basi.
Il lavoro, inoltre, comporta un forte impegno personale. La famiglia, con tre figlie e cinque cani, rappresenta il principale punto di equilibrio nei periodi di lontananza, nelle rinunce e nelle pressioni legate alla professione. Riservato fuori dal campo, Gilardino racconta di trasformarsi quando arrivano la partita e la responsabilità di guidare una squadra.
Una squadra compatta e offensiva
Tra i momenti che precedono il match ci sono anche circa venti minuti di solitudine nello spogliatoio. Non un isolamento, ma uno spazio per ritrovare concentrazione dopo gli allenamenti, la riunione e i colloqui individuali. In quel momento il tecnico prova a immaginare gli scenari della gara e a prepararsi ai possibili cambiamenti durante i novanta minuti.
La sua idea parte dalle caratteristiche degli uomini a disposizione. Il sistema deve essere costruito per mettere i giocatori nelle condizioni migliori, soprattutto quelli dotati di maggiore qualità, senza rinunciare ai propri principi. Un elemento centrale è la distanza tra i reparti: la squadra deve restare corta e compatta sia in fase difensiva sia quando attacca.
La compattezza, però, non coincide con un atteggiamento prudente. L’obiettivo è portare molti uomini nella metà campo avversaria, riempire l’area di rigore e aumentare le possibilità di arrivare alla conclusione. Anche senza possesso, la vicinanza tra i reparti serve a ridurre gli spazi tra le linee, difendere in modo ordinato e riconquistare rapidamente il pallone.
Questa impostazione riflette un percorso di evoluzione continua, iniziato da giocatore e proseguito in panchina. Gilardino ha scelto di adattarsi alle situazioni e alle qualità degli elementi a disposizione, mantenendo una visione offensiva e una particolare attenzione all’equilibrio. Per allenare, la conoscenza del gioco non basta: servono dedizione, sacrificio e la capacità di investire una parte importante di sé nel lavoro quotidiano.